I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Bernardo Zannoni, I miei stupidi intenti, Sellerio, 2021
 
L’esordio di un giovane scrittore italiano che con questo romanzo si è aggiudicato il Premio Campiello 2022. I personaggi sono animali che vivono nel loro habitat naturale, lontani dall’uomo. Come nella più classica delle fiabe, parlano, abitano in tane munite di porte e finestre, coltivano l’orto, cucinano, mangiano sui piatti, dormono sotto le coperte. Eppure siamo molto distanti dall’atmosfera e dall’antropomorfismo di Esopo o Fedro; veniamo invece calati in un mondo di bucolica bellezza ma duro, feroce e crudele, dominato dalla legge del più forte, in cui gli animali sono chiusi nel loro essere istintuale. In alcuni di essi, tuttavia, si fa largo l’autocoscienza, una comprensione di sé e una consapevolezza via via più piena che li induce a ragionare sul senso della loro vita, sui loro sentimenti, impulsi, legami, che li sottrae all’immanenza del presente, li vincola al ricordo del passato e al timore del futuro. È proprio questo che capita ad Archy, la faina maschio protagonista di questa storia, vera e propria autobiografia narrata dalla sua stessa voce.
Archy nasce nel bosco in pieno inverno e trascorre i primi mesi tra fame e freddo insieme ai suoi fratellini e alla madre, che li nutre senza alcun amore. A muoverla non è la cura affettuosa, ma un egoistico istinto di sopravvivenza, che le fa premiare i figli più resistenti e trattare con una durezza agghiacciante i più fragili o chi osa disobbedirle mettendo in pericolo la sussistenza del gruppo familiare. Diventato più grandicello, con gli impulsi sessuali ormai risvegliati e spinto dalla voglia di mettersi in luce, Archy, durante il suo primo tentativo di cacciare da solo, cade malamente e si ferisce. Resta zoppo, pertanto inutile agli occhi della madre, che lo vende in cambio di una gallina e mezza. Adesso Archy ha un padrone, Solomon, una vecchia volpe che vive in cima alla collina e fa l’usuraio: presta cibo agli animali affamati e lo richiede indietro con gli interessi. A difenderlo e punire chi non rispetta le scadenze c’è Giole, un grosso cane devoto che non si interroga su ciò che fa, bensì obbedisce ciecamente agli ordini. Anche Archy ora deve lavorare duramente per la ricca volpe; nutre le galline, porta l’acqua e taglia la legna, semina e raccoglie le verdure. Fa tutto con impegno, ma intanto ricorda la sua vita di prima e ne soffre. Solomon si accorge dell’intelligenza di questo servo claudicante e fisicamente debole e decide di rivelargli un segreto: lui sa leggere e scrivere nel linguaggio umano, conosce la Bibbia e ha scritto la storia della sua picaresca vita in un libro che è il più prezioso dei suoi tesori. In breve Archy diventa allievo e apprendista della volpe; la affianca nel lavoro e, soprattutto, viene istruito nella lettura e scrittura, sente parlare a lungo di Dio, scopre l’esistenza del tempo e la natura mortale di ogni essere vivente - quindi anche la propria. Questa rivelazione lo sconvolge. Conoscere l’ineluttabilità della propria fine significa venir scagliati fuori dalla dimensione di vita ingenua, che vede la morte degli altri ma non immagina mai la propria, che conosce solo il puro e semplice stare al mondo, aderendo agli accadimenti e agli impulsi del momento. È la stessa consapevolezza che tormenta Solomon e lo spinge verso la religione, da cui spera di venire salvato e innalzato alla vita eterna, e verso la scrittura, grazie a cui spera di sfuggire all’oblio.
Mentre le stagioni si avvicendano e il bosco si accende di colori, molte avventure capitano a questa faina che non è più solo un animale ma non segue alcuna morale, che è autocosciente e per questo infelice. A differenza di Solomon, a cui è legato da affetto e gratitudine, Archy non si illude sulla propria natura, sa di non potersi staccare dalle sue pulsioni, non spera di tenere a bada il terrore della fine ricorrendo a Dio, è pieno di dubbi, domande, rovelli. Conosce la rabbia, il dolore e la paura con un’intensità sconosciuta ai suoi simili, soffre per la crudeltà del mondo pur essendo crudele egli stesso, sprofonda nello sconforto per la morte di un essere che gli è caro e capisce che la scrittura può aiutarlo a conferire senso, valore e una sorta di eternità alle sue esperienze, ai suoi “stupidi intenti”.
 
Un’opera prima originale nei temi e nell’ambientazione, ben scritta e capace di suscitare molte riflessioni. Bello il contrasto tra lo splendore del bosco e la cupezza di certi eventi, intrigante la riflessione sul valore della scrittura. Tuttavia, mi è rimasto un senso di incompiutezza, l’impressione che il discorso, pur così stimolante, non sia condotto fino in fondo, in un’esplorazione più radicale. Ma l’esordio di Zannoni è di grande livello e ne attendiamo gli sviluppi con curiosità e autentico interesse.
 
Francesca